La nascita delle radio, prima “libere” e poi “private”, ha provocato la prima, forte rottura nel monopolio pubblico dell’informazione via etere, ha ricordato Maruca, nel corso del suo intervento, in cui ha mescolato storia (locale e nazionale) ed esperienza vissuta. Il tutto condito da un pizzico di humour disincantato. «Non potere ricordare le orribili schermate con cui la Rai annunciava l’inizio e la fine delle trasmissioni quotidiane (neppure sei ore in tutto) perché non siete vecchi come me», ha ironizzato lo speaker tra una foto e una slide. Il sottinteso non è proprio leggero: c’era poca roba e tutta pilotata dall’alto, a beneficio quasi esclusivo del vecchio sistema dei partiti. La corsa all’etere, gestito dapprima in maniera semi amatoriale - coi vecchi registratori a cassette, i giradischi e le scatole delle uova alle pareti - e poi, grazie a una giurisprudenza pionieristica e coraggiosa iniziata proprio a Cosenza, sempre più professionale, ha propiziato una crescita culturale importante.
«Pensate alrock anni ’70, alla disco oppure al pop anni ’80», ha spiegato Maruca, «senza le radio libere, questi generi avrebbero goduto di una diffusione minimale e bassissima». Certo, le cose cambiano: «Oggi la sovrabbondanza del web ha provocato un abbassamento di livello generale e un impoverimento del linguaggio non indifferente».
Neologismi e storpiature
«Ci sono espressioni che non si possono sentire e che sono colpa di noi giornalisti», ha approfondito Paletta. Tra queste, la palma del peggio spetta «a “giovani ragazzi” e “reati penali”, che fanno a gara per bruttura e inutilità».
Ma quello linguistico potrebbe non essere il problema più grave: «Ci sono due gravi conflitti in corso, sui quali non ho sentito una sola riflessione basata sul Diritto internazionale dai colleghi illustri: segno che nessuno di loro ha avuto l’umiltà di rivolgersi a qualche esperto». Ma «quando la pornografia del dolore resta l’unico registro narrativo, non meravigliamoci se gli addetti ai lavori, quando hanno buone capacità di comunicazione, ci fanno fare figuracce», ha spiegato ancora il giornalista.
La parola al filosofo
Quasi inaspettatamente, il dibattito ha preso toni più leggeri grazie all’intervento di Fadda, che su stimolo di Maruca, si è soffermato sulla fruizione della musica e dell’informazione.
«Il problema è la velocità eccessiva, che spinge gli operatori dei media ad assecondare gli algoritmi con risultati spesso disastrosi». Infatti, ha proseguito il filosofo, «Oggi è quasi difficile per gli artisti produrre dei classici: dubito che un Battiato o un De André avrebbero lo stesso successo». L’informazione “tritacarne” rende impossibile produrre nuovi “classici”, che avrebbero pure difficoltà a farsi notare «in mezzo a tanta confusione dove ciò che conta è attirare l’attenzione».
Peggio che andar di notte con la cancel culture: «Oggi persino i vecchi hit di certa disco sarebbero censurati», ha dichiarato ancora Fadda. «E del Vasco Rossi prima maniera vogliamo parlare?», gli ha fatto eco Maruca.
Guida minima alla sopravvivenza
Per orientarsi e, soprattutto, non soccombere al flusso eccessivo di informazioni – spesso non accurate e a volte non veritiere – occorre studiare e dotarsi di senso critico. È la conclusione, meno scontata di quanto si pensi, del dibattito.
Certo, ha provocato Paletta, «anche scuole e mondo accademico hanno la loro fetta di colpe nel crollo culturale generalizzato a cui si assiste». Ma questo non sminuisce di una virgola le responsabilità dei media. Forse non è un caso che il neologismo più simpatico non l’abbia inventato un giornalista ma un bimbo: petaloso.